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Abitare il tempo e il luogo attraverso il patrimonio vivo delle indicazioni geografiche.

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Spesso riduciamo le Indicazioni Geografiche (DOP e IGP) a semplici etichette di qualità o strumenti di marketing. Tuttavia, per cogliere la loro reale profondità, è necessario un cambio di prospettiva: dobbiamo imparare a guardare a questo patrimonio con “amore”. Solo attraverso quello che Carlo Levi definiva uno “sguardo che pesa sulle cose” con amore, possiamo sperare di vedere non solo un oggetto di consumo, ma la stratificazione di tempo e di storie che esso racchiude.

Le Indicazioni Geografiche non sono entità statiche, ma vere e proprie forme di patrimonio culturale vivo. Esse custodiscono un intreccio indissolubile tra prodotto, territorio, saperi tradizionali e relazioni umane. Guardare con amore significa riconoscere che dietro un nome protetto non c’è solo un disciplinare, ma un equilibrio complesso tra l’ambiente naturale e la sapienza di una comunità che ha saputo tramandare pratiche secolari. Ogni IG è “una tradizione che ha saputo tradire se stessa quanto basta per non smarrirsi” (Mauro Rosati), rappresentando un ponte tra la memoria e l’innovazione necessaria alla sopravvivenza.

Per comprendere questa complessità non basta l’erudizione o la sensibilità nativa; serve un’”educazione sentimentale”. Questo approccio trasforma l’atto del consumo in un atto di conoscenza e di responsabilità. Quando guardiamo a un prodotto come il Provolone del Monaco o un vino del Vesuvio con occhi nuovi, essi cessano di essere semplici specialità gastronomiche per diventare “ambasciatori di un altro mondo all’interno del nostro”.

In questo senso, le IG funzionano come una “cerniera fra altri tempi e il nostro presente”. Se lo sguardo è guidato dall’amore, riusciamo a percepire nel presente l’eco di “passi innumerevoli” e di una “quantità di vite” che hanno modellato quel paesaggio e quel sapore. È un modo per “guardare le pietre e vedere le persone”, connettendoci con l’umanità di chi ci ha preceduto.

Guardare con amore implica anche un profondo senso del limite. Il discorso sul patrimonio culturale delle IG è un discorso sulla custodia, non sul possesso. Questo approccio ci libera dal senso di onnipotenza tipico della modernità e ci insegna a celebrare la fragilità e il confine. Tutelare una DOP o una IGP significa proteggere un bene comune, riconoscendo che non siamo padroni assoluti di queste tradizioni, ma custodi temporanei che devono fare i conti con “chi non c’è più e con chi verrà”.

Infine, questo sguardo ci permette di accedere a una bellezza che non è meramente decorativa o rassicurante. È una “bellezza convulsiva”, capace di scuoterci e di rivelare l’autenticità del reale. Il patrimonio delle IG coinvolge il nostro corpo intero: lo abitiamo, lo respiriamo e lo tocchiamo. Attraverso questa “comunione personalissima e intima”, vissuta però in una dimensione pubblica e collettiva, riscopriamo cosa significhi essere autenticamente umani e parte di una storia condivisa.

Questo approccio è una necessità civile e culturale. È l’unico modo per non essere “consumatori di cibo senza memoria”, trasformando invece ogni esperienza in un momento di consapevolezza e di profonda connessione con la complessità del mondo che abitiamo.

Nicola Matarazzo