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È possibile trasformare la blockchain da semplice “registro notarile” a strumento solido di certificazione digitale per contrastare fake news, contraffazione e falsificazioni nel settore dei prodotti DOP?

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La blockchain in senso stretto (timechain)

Nella discussione pubblica e mediatica sul tema blockchain mi sembra che la confusione regna sovrana. Il termine “timechain”, indica una catena consecutiva e cronologicamente ordinata di blocchi, ciascuno dei quali contiene transazioni verificabili e immutabili. L’anima della tecnologia è in questa sequenza temporale, che garantisce l’integrità e la non alterabilità delle informazioni registrate.

Mentre la definizione in senso stretto coincide con la “timechain”, il termine “blockchain” viene spesso utilizzato “in senso lato”, a sproposito per etichettare soluzioni informatiche nei settori più disparati. In particolare, si fa largo la narrazione secondo cui la blockchain sarebbe uno strumento infallibile per “certificare” filiere e autenticità dei prodotti (“Made in Italy”, settore alimentare ecc.). 

Ma questa visione è corretta o rischia di essere l’ennesima fake news?

Blockchain che traccia cose”: tra narrazione e realtà

La “Blockchain” è diventato il termine standard per indicare la struttura tecnologica, ma ne enfatizza impropriamente gli usi potenziali anziché i fondamenti di sicurezza e ordine temporale.

Tra le narrazioni più diffuse vi è l’uso della blockchain per garantire tracciabilità e autenticità di filiere. A livello tecnico, però, questo approccio soffre di una confusione concettuale: la blockchain garantisce che un dato esista e sia immodificabile dalla sua registrazione in poi, ma non verifica automaticamente la veridicità del dato stesso.

La blockchain, infatti, può “notarizzare” informazioni: mediante hash crittografici e timestamp, assicura che ciò che viene registrato non sia alterabile, ma non certifica che l’informazione inserita sia vera. Se una filiera viene “certificata” sulla blockchain tramite dati falsi o incompleti, la blockchain garantirà l’immutabilità di questi dati, ma non la bontà dell’informazione stessa.

Limiti concettuali: dalla notarizzazione alla certificazione

La blockchain può immutabilmente attestare che un file, documento o informazione esisteva in una certa forma a una certa data, la cd “notarizzazione”. La certificazione implica invece la verifica della veridicità o dell’autenticità di quell’informazione rispetto ad un processo, un prodotto, una qualità.

La blockchain è un “notaio digitale”, non un certificatore oggettivo della realtà al di fuori della catena stessa. Questa distinzione è essenziale, perché spesso viene ignorata da progetti (e marketing) che presentano la tecnologia come se potesse anche garantire la corrispondenza tra dato registrato e realtà dei fatti.

Il caso delle filiere alimentari: rischi di fake news

In Italia la “blockchain per tracciare la provenienza degli alimenti” o “certificare l’autenticità del Made in Italy” è diventata la soluzione preferita dalla comunicazione istituzionale e commerciale. Eppure, molte implementazioni si limitano a registrare dichiarazioni delle aziende o documenti “off-chain” (“fuori dalla catena”), inserendone solo un hash su blockchain. Questo comporta che:

• la blockchain rende immodificabile solo ciò che viene immesso, ma

• non esiste un controllo automatico o oggettivo sulla veridicità delle informazioni fornite dall’operatore di filiera.

Molte soluzioni sono quindi sistemi di notarizzazione che dipendono, nella loro affidabilità, dai processi di controllo esterni e dal trust verso gli attori coinvolti. Di fatto, il rischio di “blockchain washing” (usare la parola blockchain per dare una falsa sensazione di innovazione e trasparenza) è elevatissimo.

Pertanto è fondamentale distinguere tra integrazione della blockchain come tecnologia notarile e reale validazione di un processo produttivo e l’autenticità di un bene: la prima è possibile, la seconda dipende da molto altro.

Dato che la blockchain non può certificare la veridicità di un dato esterno al suo protocollo,

le narrazioni sulle blockchain che “certificano filiere” rischiano di alimentare fake news, in quanto promettono certezze che la tecnologia non può dare senza rigidi processi di controllo esterni.

La sua capacità di combattimento alle fake news, alla contraffazione e al falso dipende interamente dall’affidabilità dei dati e dei processi che alimentano la catena.

Come si potrebbe ovviare alle fake news, alla contraffazione e al falso per garantire l’affidabilità dei dati e dei processi che alimentano la catena dei prodotti DOP?

L’inserimento dei dati in blockchain da parte di organismi di controllo terzi e certificatori ufficiali può rappresentare una soluzione efficace per contrastare fake news, contraffazione e falsificazioni nel settore dei prodotti DOP. Questo approccio innalza in modo significativo il livello di affidabilità delle informazioni presenti nella catena, mitigando il principale limite della blockchain: la veridicità del dato iniziale.

Come funziona e quali sono i benefici.

• Inserimento dati certificato: quando a introdurre i dati nella blockchain sono organismi di controllo riconosciuti, si garantisce che le informazioni registrate (ad esempio, sul rispetto del disciplinare, controlli fisici sul prodotto, esiti delle analisi) siano validate e verificate secondo standard normativi e di audit rigorosi.

• Immutabilità e tracciabilità dei processi: una volta inseriti, questi dati non possono più essere alterati o manipolati, rendendo così trasparente e verificabile tutta la storia del prodotto. Il consumatore, tramite un semplice QR code, può accedere a dettagli oggettivi e certificati.

• Riduzione frodi e contraffazioni: il coinvolgimento diretto di enti di certificazione abilita sistemi di tracciabilità che ostacolano concretamente l’inserimento di dati falsi o non verificati. Le frodi vengono scoraggiate perché ogni passaggio è tracciabile e l’origine di ogni informazione è documentata da un ente terzo qualificato.

• Supporto innovativo agli audit: la tecnologia consente anche audit virtuali su base documentale, velocizzando i controlli e riducendo i rischi di manomissioni lungo la filiera.

• Maggiore fiducia dei consumatori e della GDO: il risultato è una nuova trasparenza, che rafforza la reputazione dei marchi, valorizza il sistema di certificazione DOP italiano e risponde efficacemente alla domanda di sicurezza e autenticità richiesta dai mercati.

Limiti e presupposti fondamentali

• Collaborazione tra tutti gli attori della filiera: il sistema funziona solo se ogni operatore è coinvolto in modo trasparente, condividendo i dati e accettando i controlli.

• Necessità di uno standard normativo: servono linee guida comuni e una solida governance nella gestione dei dati, per evitare che la blockchain diventi solo una “vetrina” tecnologica priva di reale efficacia sul piano pratico.

• L’importanza della digitalizzazione primaria: il dato deve essere digitalizzato e “certificato” dal controllo alla fonte (es. strumenti IoT, laboratori autorizzati), minimizzando l’inserimento manuale per evitare errori o manipolazioni umane.

Casi concreti e sperimentazioni in Italia

• Il Cioccolato di Modica IGP è stato uno dei primi con passaporto digitale blockchain grazie alla collaborazione tra consorzio, ente di certificazione e IPZS: ogni lotto è tracciato e certificato in modo univoco.

• Soluzioni come ChoralTrust di CSQA consentono la registrazione dei dati controllati da terzi in blockchain e l’esecuzione di virtual audit sulle filiere DOP.

• Diverse aziende biologiche e della GDO (ad esempio Carrefour, Coop, Bioitalia, Alce Nero) hanno adottato sistemi di tracciabilità blockchain con dati inseriti e autenticati da organismi di controllo, garantendo affidabilità e trasparenza.

Coinvolgere attivamente organismi di controllo accreditati per inserire e validare i dati in blockchain renderebbe ancora più efficace la tecnologia per contrastare fake news, frodi e contraffazioni nei prodotti DOP. Questo modello trasformerebbe la blockchain da semplice “registro notarile” a strumento solido di certificazione digitale, purché siano sempre rispettati rigorosi standard di governance, controllo e digitalizzazione.