Il tessuto territoriale italiano, storicamente frammentato e caratterizzato da una pluralità di realtà comunali, sta affrontando una crisi acuta, in particolare nelle sue aree interne. Il Piano Strategico Nazionale Aree Interne (PSNAI) 2021-2027, elaborato dal governo Meloni e approvato il 9 aprile 2025, è stato concepito per affrontare questa problematica. Tuttavia, il Piano ha suscitato forti polemiche per il suo approccio, che sembra accettare il destino di declino di una parte significativa del territorio.
Le Contraddizioni del PSNAI: accettazione del declino e tagli alle infrastrutture
Il cuore della controversia che circonda il PSNAI risiede nella sua strategia del “cronicizzato declino”. Il documento introduce una classificazione demografica delle aree interne in quattro tipologie, elaborata con il contributo del CNEL:
1. Inversione di tendenza relativamente alla popolazione
2. Inversione di tendenza relativamente alle nascite
3. Contenimento della riduzione delle nascite
4. Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile
È proprio l’ultima categoria a generare disappunto, poiché il Piano afferma testualmente che alcune aree “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. Questa affermazione rappresenta una svolta di 360 gradi rispetto alle politiche pubbliche degli ultimi 15 anni, rinunciando di fatto all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento.
Questa accettazione programmatica del declino si pone in palese contraddizione con la realtà delle Aree Interne, che non sono affatto “povere” ma piuttosto “fragili ma tutt’altro che povere”. Esse rappresentano circa la metà dei Comuni italiani, il 60% del territorio nazionale e ospitano oltre il 22% della popolazione (più di 13 milioni di persone). Sono custodi di un patrimonio rilevante di biodiversità, varietà produttiva, beni culturali diffusi e fonti energetiche primarie. Inoltre, paradossalmente, un numero crescente di cittadini, giovani e migranti si sta insediando in questi luoghi per sperimentare soluzioni inedite ed efficaci per la transizione ecologica e nuovi modelli di sviluppo sostenibile. Accettare il declino di questi territori significa rinunciare a una risorsa strategica per il futuro sostenibile dell’Italia.
La contraddizione si accentua ulteriormente se si considera che, parallelamente alla pubblicazione del PSNAI, il governo ha annunciato drastici tagli alle risorse destinate alle province per la rete stradale. La rete stradale è di centralità fondamentale per il collegamento e la sopravvivenza dei piccoli centri urbani italiani. Sono stati annunciati tagli complessivi di 1,7 miliardi di euro, con una riduzione del 70% dei fondi per il solo 2025 e quasi il 50% per i prossimi tre anni. Queste risorse sono state dirottate verso il Ponte di Messina, una scelta definita da molti “grave, irresponsabile e pericolosa”, che evidenzia come ancora una volta il governo decide di fare cassa sulle spalle degli enti locali.
Questa combinazione di accettazione del declino e tagli alle infrastrutture di collegamento rivela una strategia che rischia di accelerare proprio quei processi di marginalizzazione che il Piano dovrebbe contrastare. La forte opposizione di sindaci, associazioni e studiosi testimonia come questa visione sia lontana dalle aspirazioni e dalle potenzialità reali di questi territori.
Il declino dei piccoli comuni: una reale emergenza sociale
Le politiche inefficaci o controproducenti contribuiscono a un cronicizzato declino e invecchiamento delle aree interne. L’immagine restituita da Unioncamere, con dati elaborati dal Centro studi Tagliacarne, è quella di un Paese diseguale, diviso tra il sovraffollamento dei grandi centri e lo spopolamento delle aree interne.
La situazione dei servizi essenziali è allarmante:
425 Comuni italiani, dove abitano 170mila persone, non hanno alcun negozio di generi alimentari sul proprio territorio.
206 Comuni (205 dei quali con meno di mille residenti) sono privi di qualsiasi attività di commercio al dettaglio, coinvolgendo oltre 51mila persone.
1124 Comuni, con una popolazione complessiva di 630mila abitanti, dispongono al massimo di un’attività commerciale alimentare.
L’accesso a servizi specifici è estremamente limitato: soltanto il 44% della popolazione italiana può accedere a un panificio entro 15 minuti, il 35% a una pescheria, il 60% a un fruttivendolo.
Questo deficit di servizi è particolarmente grave nei piccoli Comuni, dove si registrano 9,24 negozi ogni 1000 abitanti, un dato inferiore del 12,8% rispetto alla media nazionale di 10,42 negozi ogni 1000 abitanti. Su 7896 Comuni in Italia, ben 5523 registrano meno di mille residenti, e questi sono spesso quelli che popolano le aree interne.
Le implicazioni dirette di questa situazione sono gravi, soprattutto per la popolazione anziana, le famiglie prive di automobile e le persone fragili che abitano in questi piccoli Comuni sempre più sprovvisti dei servizi essenziali. L’indice di vecchiaia in questi casi è nettamente superiore alla media nazionale. Oltre all’invecchiamento, altri fattori che incidono sul declino includono le esigenze didattiche e lavorative che spingono le persone a trasferirsi dai centri minori, spesso senza farvi ritorno.
Alternative alle strategie intraprese: visione, risorse e coraggio
Per affrontare efficacemente il declino dei piccoli Comuni e superare le contraddizioni del PSNAI, è fondamentale adottare un cambio di paradigma, basato su “visione, risorse e coraggio”.
1. Rifiutare il concetto di declino irreversibile:
La prima e più cruciale alternativa è rifiutare categoricamente la premessa che lo spopolamento sia un processo irreversibile. Come dichiarato dai sindaci abruzzesi, “Noi crediamo che lo spopolamento non sia un processo irreversibile, ma una sfida politica e culturale. E come ogni sfida, può essere affrontata e vinta a condizione che si agisca con visione, risorse e coraggio”.
2. Investimenti mirati nelle infrastrutture e nei servizi essenziali
Invece di tagliare, è imperativo reintegrare e aumentare le risorse destinate alle province per la manutenzione e il potenziamento della rete stradale. La connettività è vitale per la sopravvivenza dei piccoli centri.
È necessario sviluppare piani specifici per incentivare il mantenimento e l’apertura di negozi di generi alimentari e altre attività commerciali al dettaglio nei Comuni privi di tali servizi. Questo potrebbe includere incentivi fiscali, aiuti per l’avvio di attività e supporto logistico.
3. Valorizzazione delle potenzialità delle aree interne
Riconoscere e investire nelle potenzialità intrinseche delle aree interne come “custodi di biodiversità, varietà produttiva, beni culturali diffusi e fonti energetiche primarie”.
Promuovere e supportare l’insediamento di cittadini, giovani e migranti che desiderano sperimentare nuovi modelli di sviluppo sostenibile e di transizione ecologica in questi territori.
4. Politiche pubbliche efficaci e organiche
Adottare un approccio olistico che affronti non solo la carenza di servizi ma anche le cause profonde dello spopolamento, come le esigenze didattiche e lavorative che portano al trasferimento.
Favorire politiche che non solo “accompagnino” le aree interne ma che le supportino attivamente in un percorso di rivitalizzazione e sviluppo sostenibile, anziché di “cronicizzato declino”.
Il PSNAI 2021-2027, con la sua accettazione del “declino irreversibile” e i contestuali tagli alle infrastrutture, segna una svolta problematica nelle politiche territoriali italiane. Invece di investire nelle potenzialità delle vaste Aree Interne, rischia di accelerare la loro marginalizzazione. I piccoli Comuni, fondamentali per la storia e la cultura italiana, stanno vivendo una crisi profonda, manifestata dalla carenza di servizi essenziali e dallo spopolamento.
L’Italia ha bisogno di un approccio diverso. Le Aree Interne non sono un peso da “accompagnare nel declino”, ma una risorsa strategica per il futuro sostenibile del Paese. È come se si stesse spegnendo lentamente una lampada che potrebbe illuminare la strada per un futuro più resiliente, semplicemente perché si è deciso che la sua fiamma è destinata a spegnersi, invece di fornirle il combustibile necessario per brillare ancora più intensamente. Un cambio di rotta che investa in connettività, servizi e nella valorizzazione delle risorse locali è non solo possibile, ma necessario per invertire la tendenza e garantire un futuro vitale a questi territori.