Due tesi a confronto sul vino popolare in una prospettiva storico-antropologica e commerciale
La questione se il vino debba essere considerato come una bevanda popolare o se, al contrario, tale definizione sia storicamente infondata e commercialmente controproducente rappresenta uno dei temi più controversi del dibattito contemporaneo nel settore vitivinicolo. Da un lato, vi è la tendenza a ricollegare il vino alle sue millenarie radici contadine, di sussistenza e convivialità quotidiana, vedendo nell’eccessivo posizionamento elitario un fattore di allontanamento dei consumatori, specialmente dei più giovani. Dall’altro lato, un’ampia letteratura storico-sociologica e le stesse strategie di valorizzazione territoriale basate sulle denominazioni d’origine (DOP, IGP) evidenziano come il vino sia sempre stato un potente marcatore di gerarchia, prestigio e distinzione sociale, e come la retorica del vino ‘da sempre popolare’ rischi di banalizzare il prodotto, ostacolandone la remunerazione e la sostenibilità economica delle filiere di qualità.
Questo articolo propone un’analisi documentata di entrambe le tesi, attingendo a studi storici, sociologici, antropologici e a recenti indagini di mercato e ricerche da me realizzate per la stesura del nuovo disciplinare e delle relazioni, tra cui anche quella storica, della DOCG Falerno del Massico. L’obiettivo non è quello di stabilire una verità univoca, bensì di fornire a chi avrà la curiosità e la pazienza di leggere, gli elementi conoscitivi necessari per valutare la validità, la coerenza e le implicazioni pratiche di ciascuna prospettiva.
TESI I: la difesa del vino come bevanda popolare

La prima tesi sostiene che “cancellare l’idea che il vino sia anche una bevanda popolare sia profondamente sbagliato e controproducente per il settore”. Secondo questa visione, l’essenza storica, antropologica e sociale del vino risiede proprio nella sua dimensione quotidiana, accessibile e comunitaria. Negare questo legame per inseguire un posizionamento esclusivamente elitario non solo distorce il dato storico, ma mette a rischio la sostenibilità economica di un comparto che si regge su volumi produttivi significativi e su una diffusa cultura del consumo.
1. Il vino come alimento quotidiano nell’antichità classica
Nello studio del mondo antico, la presenza di una rigida gerarchia qualitativa che contrapponeva i vini di pregio come il Falerno a bevande d’uso comune, è un dato assodato. Tuttavia, l’analisi dei volumi aggregati rivela che le bevande ordinarie (come la posca, costituita da vino inacetito diluito con acqua, o vini di bassissimo pregio) rappresentavano la stragrande maggioranza del consumo quotidiano di soldati, schiavi, artigiani e plebe urbana. Come dimostrato dallo storico Peter Garnsey (1999) nel suo studio fondamentale sull’alimentazione nell’antichità classica, il vino, insieme al grano e all’olio, costituiva uno dei tre pilastri della dieta mediterranea. Sebbene consumato in gradazioni qualitative e prezzi assai differenti, esso rappresentava un elemento calorico e nutrizionale ordinario per l’intera piramide sociale, e non un lusso voluttuario esclusivo per pochi ceti abbienti.
2. La trilogia mediterranea e l’autoconsumo contadino
Un pilastro storiografico di questa tesi si ritrova nell’opera di Fernand Braudel (1949) sul Mediterraneo nell’età di Filippo II. Braudel individua nella ‘trilogia mediterranea’ (grano, olio e vite) la base materiale comune delle civiltà costiere. In questo contesto economico di sussistenza, la vite non era affatto concepita come una coltura di lusso, bensì come una componente essenziale dell’agricoltura contadina familiare. Il vino veniva prodotto principalmente per l’autoconsumo domestico, integrandosi nella dieta quotidiana rurale come risorsa energetica fondamentale per far fronte alla fatica fisica. Questa prospettiva dimostra come il ‘vino popolare’ non sia un’invenzione retorica o un sottoprodotto povero del vino d’élite, ma rappresenti storicamente la forma di produzione vinicola più antica e diffusa.
3. Dieta mediterranea, convivialità e coesione sociale
La valenza sociale del vino come pratica quotidiana e condivisa trova riscontro sia in ambito medico-statistico che antropologico. Negli anni Cinquanta, il famoso Seven Countries Study condotto da Ancel Keys e collaboratori ha documentato come il vino fosse una componente regolare e quotidiana dei pasti delle popolazioni rurali dell’Italia meridionale e della Grecia, agendo come alimento abituale inserito nella dieta di sussistenza. Dal punto di vista antropologico, gli studi sulla commensalità evidenziano il ruolo del vino come fattore di socialità trasversale. Mary Douglas (1987) in ‘Constructive Drinking’ e Claude Fischler (1990) in ‘L’Homnivore’ descrivono il vino nei contesti mediterranei come un collante conviviale ordinario del pasto condiviso. Piuttosto che operare esclusivamente come marcatore di distinzione e separazione di classe, esso agisce storicamente come elemento di integrazione e unione tra le persone.
4. Il Novecento: la militarizzazione e il consumo di massa
La dimensione popolare e di massa del vino trova la sua massima espressione materiale e documentata nel corso del XX secolo. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Prima guerra mondiale in Francia: lo Stato requisì circa un terzo della produzione nazionale per distribuire razioni quotidiane obbligatorie di vino (noto come ‘pinard’) ai soldati al fronte, passando da un quarto di litro al giorno nel 1914 fino a tre quarti di litro nel 1918. Lo storico Christophe Lucand (2015) ha documentato come questa massiccia operazione logistica e industriale abbia elevato il vino a simbolo patriottico e bevanda del popolo in armi. Al termine del conflitto, il consumo pro capite in Francia superò i 140 litri annui, consolidando l’idea di un consumo popolare di massa organizzato e sostenuto dalle istituzioni statali.
In Italia, i dati del Global Health Observatory dell’Organizzazione Mondiale della Sanità confermano questa realtà: nel 1961 il consumo pro capite di alcol puro da vino era di ben 17,24 litri annui (pari a circa un terzo rispetto ai consumi attuali, scesi a 5,08 litri nel 2018). Questi dati quantitativi indicano che il consumo quotidiano e diffuso di vino non era un’eccezione statistica, ma una solida norma sociale radicata nella memoria vivente delle comunità agricole e operaie.
5. La rilevanza commerciale: i rischi dell’eccesso di elitarismo
Sul piano prettamente economico e commerciale, i sostenitori della prima tesi evidenziano come l’allontanamento dall’identità popolare stia producendo danni misurabili al settore. Secondo il Rapporto Nomisma Wine Monitor sui giovani e il vino, i consumatori italiani under 30 percepiscono oggi il vino come un prodotto estremamente ‘complesso’ e ‘quasi elitario’. Questa percezione, unita alla perdita dell’abitudine al consumo quotidiano e domestico, spinge le nuove generazioni verso bevande ritenute più accessibili e informali, come la birra o i drink miscelati o ready to drink. Anche i report dell’Osservatorio UIV-Vinitaly confermano che l’eccesso di intellettualizzazione e il posizionamento ultra-elitario del vino agiscono come barriere all’entrata per i giovani consumatori. Per territori caratterizzati da una storica tradizione di viticoltura contadina e cooperativa, recidere il legame con la propria identità popolare significa rinunciare a un patrimonio di autenticità e accessibilità, che potrebbe invece costituire un formidabile asset di marketing territoriale e di attrazione per un turismo esperienziale e inclusivo.
TESI II: il vino come strumento di distinzione e la critica al mito popolare

La seconda tesi sostiene che cancellare l’idea che il vino sia anche una bevanda popolare sia giusto e sia favorevole per il settore. Secondo questa prospettiva, l’idea di un vino intrinsecamente ‘popolare’ e accessibile in modo omogeneo è una ricostruzione storiografica debole e, in larga parte, un mito culturale costruito nel Novecento. Nella realtà storica e antropologica, il vino è sempre stato un bene stratificato, utilizzato come strumento di differenziazione sociale e di prestigio. Promuovere oggi il vino come bevanda popolare svilisce il valore economico del prodotto, danneggia gli sforzi di qualificazione delle filiere territoriali e contrasta con le moderne esigenze di consumo responsabile e consapevole.
1. La gerarchia esplicita del consumo nella Roma antica
Sebbene il vino fosse ampiamente diffuso nell’antica Roma, la sua disponibilità non si traduceva affatto in pratiche di consumo democratiche o egualitarie. Al contrario, come argomentato da Nicholas Purcell (1985) nel suo studio ‘Wine and Wealth in Ancient Italy’, il vino rappresentava uno dei principali strumenti attraverso cui la società romana esibiva e riproduceva la propria stratificazione sociale. Esisteva una netta separazione tra i vini di pregio (come il Falerno, il Cecubo o l’Albano) celebrati da Plinio il Vecchio e Orazio e riservati ai banchetti aristocratici, e sottoprodotti come la posca o la lora (un vinello di bassissima qualità ottenuto ripassando l’acqua sulle vinacce già spremute) destinati ai lavoratori e agli schiavi. Un’iscrizione epigrafica rinvenuta in una taberna di Pompei risalente al 79 d.C. documenta un rapporto di prezzo di 1 a 4 tra il vino ordinario e il Falerno, a testimonianza di una gerarchia economica esplicita e invalicabile (Sandei, 2008). Studi di economisti e storici come André Tchernia (1986) confermano che la diffusione di massa riguardava esclusivamente sottoprodotti qualitativamente distanti dal ‘vero’ vino, confermando che l’accessibilità non eliminava affatto le barriere e le gerarchie sociali del bere.
2. Il Medioevo e l’età moderna: la separazione tra vino e sottoprodotti
Nel Medioevo e nell’età moderna, la distanza culturale e sociale tra le classi si rifletteva in modo ancora più netto nel consumo di vino. Come ampiamente dimostrato dallo storico dell’alimentazione Massimo Montanari (2004), i contadini che coltivavano le vigne non consumavano quasi mai il vino di qualità da loro stessi prodotto; quest’ultimo era destinato alla rendita dovuta ai signori feudali o alla vendita sui mercati urbani per ottenere denaro. Per il proprio consumo familiare, i ceti subalterni producevano il cosiddetto ‘vinello’ o ‘acquerello’, ottenuto dalla seconda o terza spremitura delle vinacce con aggiunta di acqua. Si trattava di una bevanda a bassissima gradazione alcolica, facilmente deperibile e priva delle caratteristiche organolettiche del vino consumato dalle élite signorili, ecclesiastiche e urbane. La presenza del ‘vino’ nella dieta rurale era dunque la prova di una sottomissione economica e di una netta differenziazione qualitativa, non di un consumo condiviso.
3. La recente ‘popolarizzazione’ e la reazione delle denominazioni d’origine
L’idea del vino come alimento calorico quotidiano per le classi popolari è in realtà un fenomeno storicamente recente, limitato a circa un secolo e mezzo di storia. Come documentato dalla storiografia agraria sul Mezzogiorno curata da Piero Bevilacqua, tale fenomeno si sviluppa solo a partire dall’Ottocento con l’urbanizzazione industriale e la nascita del bracciantato agricolo di massa. Tuttavia, questo consumo di massa fu accompagnato da gravissimi problemi di adulterazione, frodi alimentari e diffusione di vini chimici o di qualità scadente. La reazione a questa massificazione degradante e pericolosa per la salute pubblica è stata precisamente l’istituzione dei moderni sistemi di tutela e denominazione d’origine, dalle AOC francesi del 1935 alle DOC italiane del 1963. Questi sistemi sono nati con l’obiettivo esplicito di ricreare gerarchie qualitative, tracciabilità e distinzione territoriale contro l’indifferenziazione del prodotto di massa. Pertanto, il sistema che oggi tutela le eccellenze territoriali si pone storicamente come un argine alla logica del vino popolare indifferenziato, e non come la sua continuazione.
4. La decostruzione antropologica e la sociologia del gusto
Sul piano sociologico e antropologico, l’immagine del vino come bevanda intrinsecamente democratica e unificante è stata ampiamente decostruita. Pierre Bourdieu (1979) nella sua opera ‘La distinzione’ ha dimostrato come le preferenze di consumo, tra cui la scelta del vino, le modalità di degustazione e il linguaggio specialistico utilizzato per parlarne, non siano affatto spontanee, ma agiscano come potenti marcatori di capitale culturale e di classe, volti a stabilire barriere di distinzione sociale. L’antropologa Marion Demossier (2010), analizzando il caso francese, giunge alla conclusione che l’idea del vino come patrimonio popolare condiviso sia in gran parte un mito culturale costruito ad arte nel corso del Novecento per ragioni di coesione identitaria e convenienza commerciale.
Inoltre, studi storici su specifici territori, come quello condotto da Kolleen Guy (2003) sullo Champagne, mostrano come il successo commerciale e l’identità globale di un vino di altissimo valore siano stati edificati proprio recidendo deliberatamente e sistematicamente ogni legame con l’immagine di bevanda comune o popolare. Anche il geografo Jean-Robert Pitte (2009) in ‘Le désir du vin’ conferma che l’attrattiva del vino a livello globale è storicamente associata ai concetti di rarità, specificità del terroir e prestigio, e non all’accessibilità indifferenziata di massa.
5. Le implicazioni strategiche: la tutela del valore territoriale
Da un punto di vista strettamente strategico, i sostenitori di questa tesi evidenziano che insistere sulla retorica del vino ‘popolare’ sia controproducente per il settore per diverse ragioni essenziali. In primo luogo, riduce il vino a una commodity di massa, mentre i produttori e le filiere territoriali necessitano di una remunerazione adeguata e di un alto valore aggiunto per coprire gli elevati costi di gestione della viticoltura di collina e di qualità. In secondo luogo, riproporre l’immaginario novecentesco del consumo quotidiano e massiccio contrasta con i moderni modelli alimentari e con i codici di consumo contemporanei, orientati alla moderazione e alla salute. Infine, promuovere un’immagine ‘popolare’ ostacola la comunicazione del consumo responsabile e della cultura del limite. Per un territorio vitivinicolo, la competitività e il futuro economico dipendono dalla capacità di posizionare i propri vini (DOC, DOCG) in una fascia di valore e distinzione, proteggendoli dall’appiattimento e dall’indifferenziazione commerciale.
In definitiva, il dibattito vino popolare o meno rivela una profonda tensione dialettica tra due istanze altrettanto legittime. Chi sostiene la natura popolare del vino difende una memoria storica democratica e mette in guardia contro i rischi di un isolamento commerciale elitario in un momento di forte contrazione dei consumi. Chi nega tale natura difende la necessità economica di dare un valore al lavoro agricolo attraverso la distinzione e la qualità, ritenendo che solo posizionandosi lontano dall’immagine di bene indifferenziato e standardizzato (commodities) il vino possa sopravvivere e prosperare nel contesto contemporaneo.
Entrambe le tesi offrono argomenti condivisibili, basati su considerazioni storiche accurate e su analisi concrete delle dinamiche di mercato. Spetta a chi ha letto questo articolo propendere per l’una o per l’altra visione, o cercare una sintesi che sappia conciliare l’autenticità rurale con il prestigio della distinzione territoriale.
nicolamatarazzo.it
Sintesi delle posizioni a confronto
Per facilitare un confronto diretto e immediato tra le due visioni, la tabella seguente riassume i punti chiave, i riferimenti teorici e le principali implicazioni di ciascuna tesi:

Riferimenti bibliografici
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