Un tempo, sedersi a tavola era come assistere a uno spettacolo teatrale in tre atti: primo, secondo e dessert. Questa “struttura narrativa” del pasto non è solo una tradizione, ma un pilastro della nostra cultura gastronomica che oggi sta scomparendo sotto la pressione di agende troppo piene.
L’idea di dividere il pasto in tre momenti nasce nella Spagna del IX secolo. Fu il musicista e intellettuale Ziryab a introdurre a Cordova una sequenza precisa: iniziare con una zuppa, proseguire con un piatto principale e finire in dolcezza. Questa suddivisione non era solo un vezzo estetico, ma serviva a organizzare sapori, consistenze e tempi di digestione. È proprio su questo modello che è fiorita la dieta mediterranea, garantendo per secoli un mix perfetto di nutrienti: carboidrati complessi all’inizio, proteine e verdure nel mezzo, e frutta a chiudere.

“Tavola imbandita con vista di Saint-Paul de Vance” – Marc Chagall 1968
Oggi il tempo stringe e la “trama” del pasto si è ridotta a un monologo: il piatto unico. Se da un lato è pratico, dall’altro nasconde delle insidie. Molti pasti “frettolosi”, come un semplice piatto di pasta in bianco o un’insalata scondita, non sono completi e possono causare picchi glicemici o lasciarci affamati dopo poco tempo. Inoltre, la perdita della struttura narrativa riduce la varietà sensoriale e culturale del pasto, impoverendo l’esperienza gastronomica.
Il futuro della nostra alimentazione non richiede un ritorno romantico al passato, ma una pianificazione consapevole, di recuperare l’idea di “pasto come progetto”: pianificare, bilanciare e variare. Anche se il tempo è poco, non permettiamo che il nostro pasto diventi un monologo piatto. Passare dal “ciao, pasta” a un consapevole “ciao, carboidrati integrali + proteine + verdure” è il modo migliore per rispettare la nostra salute e la nostra storia a tavola.
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