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L’illusione dello show cooking e la “grande opera del superfluo”

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Non fraintendetemi: lo show cooking e le serate di gala divertono, fanno economia di immagine e generano qualche like. Ma chiamarle azioni generatrici di “valore” è eccessivo. Il valore reale è fatto di sostenibilità, qualità, reddito dignitoso per chi lavora e relazioni vere tra produttore e consumatore.

I cooking show ci insegnano tre verità fondamentali: prima, che il cibo ha bisogno di luci, slow motion e commento in falsetto per essere credibile; seconda, che la distanza tra il coltivatore e la padella si misura in follower; terza, che ogni ingrediente è automaticamente prezioso se pronunciato con la giusta intonazione. Nel frattempo il contadino reale, quello che produce, rimane fuori campo. Ironia della sorte: applaudiamo il piatto pronto mentre ignoriamo chi l’ha reso possibile.

E le cene di gala? Oh, la grande opera del superfluo. Tavoli allestiti come set fotografici, menu che sembrano opere d’arte indecifrabili e porzioni così studiate che un fotografo può immortalare la perfezione senza che nessuno rischi di sentirsi sazio. Il vero sapore è quello della chiacchiera mondana: conoscenti che si scambiano biglietti da visita e applausi per il vino che accompagna in sottofondo. Valore aggiunto ? Zero. Ma che importa, l’importante è esserci.

Capisco che per molte persone cooking show e cene di gala siano momenti di piacere, lavoro e incontro sociale, non sto esprimendo un giudizio morale per chi ci lavora o per chi li ama. Ma è per me solo un fastidio pratico che nasce dalla stanchezza verso l’enfasi mediatica che spesso sovrasta il valore reale. Mi interessa riportare l’attenzione su chi produce davvero il cibo e sulle ricadute concrete delle scelte che facciamo, non smontare il divertimento altrui. Se suona brusco è perché per me vedere risorse e riconoscimenti puntare sempre sullo spettacolo invece che su lavoro e dignità professionale, non è più sopportabile.

nicolamatarazzo.it