Ogni anno, l’Italia si anima con circa 20.000 sagre, un fenomeno sociale ed economico straordinario capace di generare un indotto stimato in 2,1 miliardi di euro e di attrarre 48 milioni di visitatori. Una parte consistente di queste manifestazioni ruota proprio intorno alla celebrazione del vino.
Nella comunicazione pubblica che accompagna questi eventi, possiamo incontrare quasi sempre tre parole d’ordine: responsabile, moderato, consapevole. Spesso utilizzate come sinonimi intercambiabili nei manifesti o nei comunicati stampa. In realtà descrivono concetti profondamente diversi, ciascuno ha una propria definizione tecnica e specifiche criticità. E il modello organizzativo dominante delle sagre e feste del vino italiane, purtroppo, fatica a reggere il confronto con tutti e tre.
Tre parole, tre significati diversi
Il consumo moderato (una misura di abitudine)
La moderazione è una nozione statistica calcolata sul lungo periodo. Il sistema di sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) la misura in Unità Alcoliche (UA), dove un’unità corrisponde a circa 12 grammi di etanolo puro (l’equivalente di un bicchiere di vino da 125 ml, una lattina di birra da 330 ml o un superalcolico da 40 ml). Un consumo è definito “moderato” quando la media su 30 giorni non supera le 2 UA al giorno per gli uomini (60 UA al mese) e 1 UA al giorno per le donne (30 UA al mese). Trattandosi di una media mensile, descrive uno stile di vita quotidiano, non il comportamento di una singola serata.
Il consumo responsabile (la gestione del momento)
La responsabilità è un concetto più ampio della moderazione e si concentra su come gestiamo la singola occasione. Il sistema PASSI definisce e monitora specificamente il binge drinking, ossia il consumo eccessivo concentrato in un’unica serata, fissando la soglia a 5 o più UA per gli uomini e 4 o più UA per le donne. Rientra tra i comportamenti a rischio anche il bere fuori pasto, poiché a parità di alcol assunto genera tassi alcolemici più elevati nel sangue.
Il consumo consapevole (un fatto di cultura)
La consapevolezza non si misura in grammi o bicchieri, ma in conoscenza. Essere consumatori consapevoli significa sapere quale origine territoriale e da quale vigna nasce un vino, quale indicazione di origine lo tutela (DOC, DOCG, DOP, IGP), quale sistema di allevamento ed enologico racchiude e chi è la persona/e che lo ha prodotto. È un piano prettamente culturale ed educativo, non sanitario.
Perché una sagra non può “certificare” la moderazione
Dobbiamo essere onesti: poiché la moderazione si valuta su una media di trenta giorni, nessun singolo evento ha la possibilità strutturale di proporre o garantire un consumo moderato. Ogni visitatore porta con sé una storia di consumo precedente e successiva che gli organizzatori non possono né conoscere né controllare. L’unico vero terreno su cui una sagra o festa può fare la differenza è la quantità consumata in quella specifica serata. È qui che si gioca la partita del consumo responsabile. Confondere questi due piani porta inevitabilmente a valutare l’efficacia degli eventi con un metro di misura sbagliato.
Le debolezze del format tradizionale
È proprio sul piano della responsabilità e della gestione della singola serata che il format tipico delle sagre e feste mostra i suoi limiti più evidenti.
La trappola dei percorsi di assaggio (Binge Drinking facilitato)
Il classico percorso a banchi multipli, dove il calice viene riempito a ogni tappa, rende fin troppo facile scivolare nel binge drinking in poche ore. Per una donna, quattro assaggi da un bicchiere pieno sono sufficienti a superare la soglia a rischio di 4 UA; per un uomo ne bastano cinque per andare oltre le 5 UA.
A fronte di questo rischio oggettivo, le infrastrutture di prevenzione e sicurezza sono quasi sempre assenti (ad esempio: mancano punti di controllo del tasso alcolemico dove testarsi prima di mettersi alla guida; raramente si trovano servizi di trasporto o rientro organizzato; l’acqua e il cibo non hanno la stessa centralità e cura distributiva del vino; le alternative analcoliche o a bassa gradazione sono spesso invisibili o relegate in secondo piano rispetto agli stand principali).
In questo contesto, l’invito a “bere responsabilmente” comunicato rimane uno slogan ipocrita, non una scelta strategica dell’evento.
Il consumo senza narrazione (la perdita della consapevolezza)
Anche il terzo obiettivo, quello della consapevolezza, viene penalizzato dal format attuale per ragioni culturali. I ritmi frenetici degli eventi, progettati per far circolare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile (spesso incentivati da biglietti forfettari “all you can drink” che spingono a massimizzare l’esperienza a tutti i costi), azzerano lo spazio per il racconto.
Il produttore, quando è presente, si ritrova a fare il semplice mescitore piuttosto che il narratore, quasi sempre circondato da un rumore assordante. Non ci sono degustazioni narrate, mancano materiali informativi e si perde l’occasione di spiegare cosa renda unico quel territorio. Il visitatore consuma il gusto, ma non la storia, il lavoro e le caratteristiche identitarie del prodotto. Senza questo racconto, non si costruisce la cultura necessaria a riconoscere e a valorizzare anche economicamente la qualità di un vino rispetto a un altro.
Una radice comune per tre problemi
Queste tre criticità (statistica, comportamentale e culturale) non sono scollegate tra loro: condividono tutte la stessa radice organizzativa.
Il format dominante delle sagre e feste è strutturato per massimizzare i grandi numeri e la velocità di consumo, offrendo formule di prezzo che premiano la quantità dei banchi visitati anziché la qualità del tempo trascorso. Questa impostazione rende strutturalmente impossibile garantire la sicurezza della serata, proteggere i visitatori dai rischi e dare il giusto spazio al racconto della terra. Non si tratta di tre problemi diversi, ma di tre sintomi dello stesso errore di progettazione.
Come riprogettare le feste del vino: il format del futuro
Non si tratta affatto di rinunciare alla gioia, alla socialità e alla festa, che sono l’anima stessa delle sagre e feste. Si tratta, invece, di riprogettarle integrando elementi di tutela e valorizzazione culturale.
Sul piano della tutela della persona, il format del futuro prevede percorsi di degustazione narrata a numero sostenibile, con schede che tracciano le quantità assaggiate; acqua e cibo disponibili e visibili quanto il vino, per rallentare l’assorbimento e spezzare la sequenza continua di calici; alternative analcoliche o a bassa gradazione presenti sui banchi con la stessa dignità del vino, non relegate a un angolo; un servizio di rientro organizzato (navetta, convenzioni con taxi locali, punti informativi sul rientro sicuro) per chi ha bevuto, soprattutto nelle ore serali.
Sul piano della valorizzazione culturale, il format del futuro restituisce centralità alla conversazione e alproduttore come narratore, non solo come somministratore: pochi minuti di racconto per ogni assaggio, il collegamento esplicito alle caratteristiche identitarie e all’indicazione geografica che qualifica il vino, materiali informativi sul territorio e la sua storia, sulla vigna, sulle pratiche colturali che hanno reso possibile quel calice. Non è un accessorio didattico: è ciò che trasforma un sorso in conoscenza, e la conoscenza in riconoscimento del lavoro agricolo dei vignaioli.
Sul piano del modello economico, il format del futuro abbandona la logica del biglietto forfettario “bevi quanto vuoi”, che premia la quantità di assaggi più che la loro qualità, a favore di un pricing coerente con il valore reale del prodotto e con una remunerazione equa di chi lo produce. E misura il proprio successo non solo in affluenza, ma nelle ricadute economiche effettive sui produttori e sulle aziende del territorio coinvolte.
Questi tre piani non sono in contrasto con la sagra o festa: al contrario, possono rafforzarla. Non serve una generica «buona volontà», ma una progettazione organizzativa consapevole e strategica. Un evento più lento, più narrato e più attento a chi vi partecipa non perde la propria anima popolare: la valorizza e la mette al servizio della sua funzione più autentica, quella di raccontare un territorio, non semplicemente di farlo bere.
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