Sono cresciuto a pane e olio

Lo ammetto: amo profondamente l’olivo. Non soltanto perché è una pianta che sembra andare oltre la natura, capace di attraversare i secoli e custodire la memoria degli uomini, ma perché appartiene anche alla mia storia più intima. Mia nonna e mia madre mi hanno cresciuto a pane e olio, con quel gusto semplice e straordinario che sa di terra, di casa, di infanzia. Forse è anche per questo che, quando guardo un olivo, non vedo soltanto un albero: vedo una parte di me.

Nei suoi tronchi contorti e nelle sue radici profonde custodisce, attraverso i secoli, una forma di civiltà: la storia degli uomini, dei loro gesti fatiche e speranze, del loro lavoro e del loro rapporto con la terra. È una pianta che non si limita a vivere nella terra ma la interpreta, ne conosce la povertà e la generosità, la sete e la luce, il vento e il silenzio.

L’olivo è, insieme, un cibo, un medicinale e un paesaggio. È cibo perché il suo frutto nutre e perché da quel piccolo frutto nasce l’olio, uno degli alimenti fondamentali della cultura mediterranea. È stato medicinale molto prima che la medicina moderna ne studiasse le proprietà, utilizzato per curare, proteggere, lenire, accompagnare la vita quotidiana. Ma è soprattutto paesaggio: non un paesaggio immobile, fatto soltanto per essere guardato, ma un paesaggio costruito nel tempo dall’incontro tra la natura e il lavoro dell’uomo.

Quello che oggi chiamiamo paesaggio promiscuo era, per il contadino di un tempo, molto più semplicemente il modo necessario di abitare la terra. Il proprietario, il mezzadro o il fittavolo non potevano permettersi il lusso della specializzazione. Avevano bisogno di ricavare dalla stessa terra tutto ciò che poteva servire alla famiglia e agli animali. Così l’olivo cresceva accanto alla vite, mentre tra un filare e l’altro trovavano posto il frumento e l’orzo, le fave e gli altri legumi, il trifoglio destinato al bestiame e le piante dell’orto. Ogni appezzamento diventava un piccolo universo produttivo, nel quale nulla era veramente separato dal resto.

L’olivo, in quel mondo, non era dunque semplicemente una coltura. Era parte di un sistema di vita. La sua presenza dava forma al paesaggio e, allo stesso tempo, alla vita di chi lo abitava. L’albero, la vite, il grano, l’animale, l’orto e la famiglia partecipavano di una stessa economia, fondata sulla diversificazione, sul riuso delle risorse e sulla capacità di non chiedere alla terra più di quanto essa potesse offrire. Era una forma antica di equilibrio, nata non da una teoria, ma dalla necessità. E forse oggi, mentre riscopriamo parole come sostenibilità, biodiversità, multifunzionalità e resilienza, dovremmo tornare a guardare con maggiore attenzione proprio a quei paesaggi che per secoli hanno saputo praticarle senza bisogno di chiamarle così.

L’olivo, insieme al grano e alla vite, come scrive Fernand Braudel, contribuisce a definire i confini di quella straordinaria civiltà geografica e culturale che chiamiamo Mediterraneo. Grano, vite e olivo sono tre piante, ma anche tre modi attraverso i quali l’uomo ha imparato a vivere, nutrirsi e costruire comunità. Il grano diventa pane, la vite diventa vino, l’olivo diventa olio. E questi tre prodotti, nel corso dei millenni, hanno smesso di essere soltanto alimenti per trasformarsi in cultura, economia, ritualità, simboli e identità.

Braudel ha colto nell’olivo anche qualcosa di ancora più profondo: la sua capacità di contribuire alla vittoria dell’uomo su un ambiente fisico che, per molti aspetti, non gli è sempre stato favorevole. Il Mediterraneo è una terra luminosa ma difficile, generosa ma aspra, attraversata dalla siccità, dal vento, dalla pietra e da estati lunghe e spesso implacabili. L’olivo sembra fatto per questa terra. Resiste dove altre piante faticano, sopporta la scarsità d’acqua, si aggrappa ai terreni difficili e trasforma la luce e il tempo in frutto. Gli uomini cambiano, gli imperi tramontano, le lingue si trasformano, i confini si spostano, ma l’olivo è rimasto.

È una pianta che non ha fretta. L’olivo insegna la pazienza perché ha bisogno di anni per crescere e di generazioni per diventare pienamente parte della vita di una famiglia. Chi pianta un olivo sa che il suo gesto non appartiene soltanto al presente. È un gesto rivolto al futuro. Un nonno può piantare un albero che sarà raccolto dai nipoti; un contadino può curare un oliveto sapendo che non vedrà necessariamente compiuto tutto ciò che ha contribuito a costruire. In questo senso l’olivo è una pianta profondamente umana: ci ricorda che non tutto ciò che vale deve necessariamente essere immediato.

L’olio è il modo in cui un territorio riesce, per un istante, a diventare sapore, perché l’olivo appartiene alla terra, ma appartiene anche alla memoria di chi quella terra l’ha coltivata. È il risultato di un incontro millenario tra natura, lavoro e cultura. È la luce trasformata in cibo, la memoria trasformata in profumo, un paesaggio che possiamo quasi assaggiare.

nicolamatarazzo.it

fonti:

F. Braudel, Il Mediterraneo, Bompiani;

P. Matvejević, Mediterraneo, Garzanti;

A. Huxley, L’albero d’olivo (1939), Laterza

Articoli simili