La crisi del vino non è congiunturale
Perché Italia e Campania devono passare dalle misure d’emergenza a politiche strutturali e a nuove strategie d’impresa
La crisi del vino che stiamo attraversando non è un ciclo da attendere che passi. Lo dimostra con dati di lungo periodo Kym Anderson, tra i più autorevoli economisti del vino, in un articolo appena pubblicato sul Journal of Wine Economics. Se la diagnosi è strutturale, la terapia non può limitarsi a distillazioni e tagli di resa annuali: servono decisioni sul potenziale produttivo, sui modelli d’impresa e sul posizionamento di mercato. Per un territorio come il Sannio, dove il vino pesa sull’economia locale come in poche altre province italiane, rinviare queste scelte significa subirle.
La tesi di Anderson (2026) è netta: per la prima volta i prezzi di tutti i vini, eccetto quelli di alta gamma, sono depressi contemporaneamente in tutti i grandi Paesi produttori, e il mondo è sommerso da un surplus di vino non premium, soprattutto rosso. Le cause sono strutturali, non cicliche. Storicamente le crisi nazionali si compensavano a vicenda; oggi no.
Il modello a due segmenti. L’autore distingue vino non premium e vino di pregio (la soglia IWSR è 10 dollari a bottiglia al dettaglio). Il primo ha sostituti stretti in birra e superalcolici, quindi una domanda molto sensibile al prezzo; i suoi fattori produttivi hanno usi alternativi. Il secondo dipende soprattutto dal reddito e cresce con esso, mentre l’offerta è rigida perché i terroir vocati sono limitati. Quando la domanda di vino comune si contrae, il suo prezzo torna al livello precedente solo se l’offerta si riduce: non esiste altra via d’uscita.
I numeri della crisi. Il consumo mondiale di vino ha toccato il massimo alla fine degli anni Settanta e da allora segue un trend discendente. Dai primi anni Sessanta birra e superalcolici hanno raddoppiato i volumi, mentre il vino ha perso un quarto: la sua quota sul consumo mondiale di alcol è scesa da oltre un terzo a meno di un ottavo dal 2023. Tra il 2013 e il 2022 il valore delle vendite premium è cresciuto del 3,1% annuo, quello del non premium è calato del 2,2%. Eppure la superficie mondiale a uve rosse in produzione è salita da 2,22 a 2,35 milioni di ettari tra il 2000 e il 2023, nonostante la domanda di rossi calasse da vent’anni.
Le cause. Anderson indica attenzione alla salute e campagne anti-alcol, rallentamento della globalizzazione dopo la crisi del 2008, farmaci GLP-1 e cannabis legale, minore socialità in presenza tra i giovani. Sul fronte dei rossi pesano anche il cambiamento climatico, che ne alza la gradazione, il declino dell’influenza di Robert Parker e il crollo dei consumi in Cina. Dal lato dell’offerta, l’espansione del Nuovo Mondo ha aggiunto volumi di vino commodity proprio mentre in Europa la domanda calava.
La lezione europea. Il calo dei consumi in Francia, Italia e Spagna dalla metà degli anni Settanta ha riguardato quasi solo il vino comune, ma la produzione si è adeguata lentamente. I sussidi UE alla distillazione e all’export hanno ridotto i surplus, creando però un azzardo morale: i viticoltori hanno tagliato meno di quanto avrebbero fatto senza aiuti. Ancora nel 2007-2012 il sostegno pubblico equivaleva a circa 700 euro per ettaro, circa il 20% del valore alla produzione.
Le prospettive. La superficie vitata mondiale è scesa da 5,4 a 4,5 milioni di ettari tra il 1990 e il 2023; diversi analisti ritengono necessaria ora una riduzione di analoga entità. Quella precedente ha richiesto un terzo di secolo. Senza estirpazioni sostanziali entro la fine del decennio, conclude l’autore, prezzi e margini resteranno bassi per anni, e il contagio colpirà anche parte dei vini di qualità superiore. La domanda di Asia e Africa offre prospettive solo nel lungo periodo.
Italia: il quadro coincide con la diagnosi
L’Italia è dentro lo schema di Anderson: le giacenze crescono su base annua anche con vendemmie non abbondanti, i prezzi dello sfuso scendono e l’export arretra. I dati del 2025-2026 lo confermano.
| Indicatore | Valore | Fonte |
| Vendemmia 2025 (dato definitivo) | 44,38 Mhl, +0,7% sul 2024 (stime di settembre: 47,4 Mhl) | UIV via Gambero Rosso |
| Giacenze al 31 dicembre 2025 | 59,5 Mhl di vino + 7,7 Mhl di mosti | ICQRF, Cantina Italia |
| Vino e mosti in cantina al 31 luglio 2026 | 45,6 Mhl, +8,2% su base annua | Il Sole 24 Ore |
| Prezzo medio sfusi DOC, giugno 2026 | 1,57 €/l, -7%; vini comuni -19% | Open su dati Il Sole 24 Ore |
| Export vino italiano 2025 | 7,78 mld €, -3,7% | CCIAA Irpinia Sannio |
Il dato più eloquente è il commento dell’Unione italiana vini: alle condizioni attuali il sistema non può più permettersi né vendemmie nella media decennale di 47,5 milioni di ettolitri, né quelle da 44 milioni finora considerate scarse. È, in altre parole, il riconoscimento esplicito che il potenziale produttivo eccede la domanda.
Il quadro normativo è cambiato. Il regolamento (UE) 2026/471, il “pacchetto vino”, è in vigore dal 18 marzo 2026. Consente agli Stati membri di finanziare l’estirpazione volontaria fino al 70% dei costi con fondi PAC, allunga a otto campagne la validità delle autorizzazioni di reimpianto e permette di rinunciare senza sanzioni alle autorizzazioni per nuovi impianti non utilizzate, comunicandolo entro il 31 dicembre 2026 (Regione Lazio; Regione Siciliana). Il regolamento delegato 2026/2093, pubblicato il 16 settembre 2026, disciplina i pagamenti nazionali per vendemmia verde, distillazione ed estirpazione: le prime due sono previste per squilibri congiunturali, l’estirpazione per crisi strutturali (ItaliaOggi). Gli strumenti, dunque, esistono.
Manca la strategia. La filiera italiana è divisa. Il ministro Lollobrigida ha escluso soluzioni uniformi, UIV respinge piani di estirpazione generalizzati, la FIVI ha criticato l’inclusione dell’estirpazione tra le misure finanziabili; Legacoop chiede invece di frenare subito la crescita dei vigneti (Vinetur). Luca Rigotti di Confcooperative osserva che l’Italia non ha un piano strategico nazionale sul vino e propone di rinunciare all’aumento annuo dell’1% della superficie, pari a oltre 6.000 ettari (Gambero Rosso). In Puglia la filiera ha già chiesto catasto viticolo, estirpazione volontaria dove la produzione non è più sostenibile e stop all’1% (Vinetur).
Una valutazione: la contrarietà a estirpazioni indiscriminate è fondata, soprattutto per le aree collinari. Ma il rifiuto di qualsiasi riduzione del potenziale, accompagnato dal ricorso periodico alla distillazione, riproduce esattamente l’azzardo morale che Anderson documenta per l’Europa degli ultimi cinquant’anni.
Campania e Sannio: dove la diagnosi pesa di più
La Campania si muove in controtendenza rispetto al Paese, e non è necessariamente una buona notizia. Nel 2025 conta 24.756 ettari vitati e oltre 2,2 milioni di quintali di uva da vino, in crescita del 9,6%, mentre a livello nazionale le superfici calano del 5% e la produzione dello 0,8% (CCIAA Irpinia Sannio, aprile 2026). Per la vendemmia 2026 alcune stime locali indicano nel Sannio un ulteriore aumento tra il 5% e il 10% (Vinetur).
I fatti. Secondo la Camera di Commercio Irpinia Sannio:
- il Sannio concentra il 42,6% della superficie vitata regionale e quasi il 49% della produzione;
- la quota DOP sulla produzione è del 21% nel Sannio, contro il 31% dell’Irpinia e circa il 20% della media regionale;
- in provincia di Benevento operano 2.031 imprese vitivinicole, il 6,1% di tutte le imprese provinciali, contro lo 0,7% della media campana e l’1,4% di quella italiana;
- l’export della provincia di Benevento vale 6,2 milioni di euro (-3,2%), con gli Stati Uniti in calo del 13,7%; Irpinia e Sannio insieme imbottigliano circa 30 milioni di bottiglie di vino certificato.
L’interpretazione. Letti con il modello di Anderson, questi dati collocano gran parte della produzione sannita nel segmento più esposto. Circa quattro quinti dell’uva del Sannio non diventano vino DOP e confluiscono in IGP, vino generico o sfuso conferito alle cantine sociali, cioè nella fascia in cui la domanda è elastica al prezzo e i concorrenti sono globali. Una stima indicativa, da verificare con i dati di dichiarazione: i 30 milioni di bottiglie certificate equivalgono a circa 225.000 ettolitri, verosimilmente intorno a un quinto del vino prodotto nelle due province. Il dato dell’export provinciale sottostima il valore reale, perché lo sfuso venduto a imbottigliatori di altre regioni esce con il loro codice; ma proprio questo conferma che il valore aggiunto si forma altrove.
La specializzazione rende il rischio sistemico. Dove il vino rappresenta oltre un’impresa su sedici, un calo prolungato del prezzo delle uve non resta confinato al settore: si trasmette a reddito agricolo, cooperazione, credito, lavoro stagionale e tenuta delle aree interne. Un elemento di relativa protezione è la vocazione bianchista della Falanghina, coerente con lo spostamento dei consumi verso bianchi, spumanti e gradazioni più basse; i rossi da taglio e da sfuso restano invece esattamente il prodotto che Anderson indica come più colpito.
Il costo del non decidere
Se la crisi è strutturale, l’inerzia non è neutrale: sposta l’aggiustamento dal piano governato a quello subito, con costi più alti e distribuiti peggio. Le conseguenze prevedibili sono sei.
- Prezzi bassi più a lungo, anche per il vino di qualità. Anderson mostra che la domanda di vino di pregio dipende anche dal prezzo del vino comune: finché il surplus non viene assorbito, la pressione si estende alle fasce superiori. Per le DOP sannite, già con quotazioni contenute, il rischio è concreto.
- Erosione delle denominazioni. Il taglio delle rese DOC, da solo, è poco efficace se le uve eccedenti possono essere rivendicate come IGT o vino comune (Il Sole 24 Ore via Open). Il risultato è che l’eccedenza si sposta di categoria e continua a deprimere il mercato.
- Crisi di liquidità della cooperazione. Le cantine sociali, che raccolgono gran parte delle uve non imbottigliate in proprio, reggono il peso delle scorte e anticipano i pagamenti ai soci. Serbatoi pieni all’arrivo della vendemmia significano liquidazioni più basse e più lente, e in prospettiva fusioni o chiusure non pianificate.
- Abbandono disordinato invece di riconversione ordinata. Senza un percorso di uscita assistito, i vigneti meno redditizi non vengono estirpati ma lasciati incolti: con rischi fitosanitari per i vigneti confinanti, perdita di paesaggio e valori fondiari in calo. È la versione peggiore dell’aggiustamento, perché riduce la superficie senza liberare risorse.
- Spesa pubblica ricorrente e inefficace. Distillazioni di crisi ripetute ogni anno sostengono il reddito nel breve, ma rinviano la riduzione dell’offerta e consumano risorse che potrebbero finanziare riconversione, aggregazione e promozione. È l’azzardo morale descritto da Anderson.
- Impoverimento delle aree interne. In province come Benevento il vino è infrastruttura economica e sociale. La perdita di redditività accelera l’uscita dei giovani dall’agricoltura, l’invecchiamento dei conduttori e lo spopolamento, con effetti su enoturismo e patrimonio culturale che nessuna misura successiva recupera facilmente.
Va distinto il certo dal probabile. Che i prezzi restino compressi finché persiste il surplus è un esito fondato sui dati; l’intensità degli effetti su cooperazione e aree interne del Sannio è una previsione plausibile, che andrebbe quantificata con un monitoraggio dei prezzi delle uve e dei bilanci delle cantine sociali.
Le misure strutturali necessarie
Il criterio guida è semplice: le misure d’emergenza servono solo se accompagnano una riduzione mirata del potenziale produttivo non remunerativo, non se la sostituiscono. Le possibili proposte costruite sugli strumenti oggi disponibili.
A livello nazionale
- Un piano strategico nazionale del vino, con obiettivi pluriennali su superficie, rese e posizionamento, che oggi manca per ammissione della stessa filiera.
- Un catasto viticolo aggiornato e interoperabile con i registri di cantina, per sapere dove sono le superfici, che cosa producono e a quale destinazione commerciale. Senza dati non si può mirare alcuna misura.
- Sospensione o forte riduzione della quota annua dell’1% per nuovi impianti finché le giacenze non tornano a livelli fisiologici, seguendo la linea prudente già adottata dalla Spagna.
- Estirpazione volontaria mirata, non generalizzata, attivata ai sensi del regolamento delegato 2026/2093 solo per zone, categorie e colori in crisi strutturale documentata: tipicamente vigneti ad alta resa destinati a rossi generici e da sfuso. Le aree collinari e le DOP con mercato vanno escluse o tutelate.
- Distillazione solo come ponte, con condizionalità: accesso legato all’adesione a un piano di riduzione o riconversione, per spezzare l’azzardo morale.
- Chiudere le scappatoie del declassamento, così che i tagli di resa sulle DOP non si traducano in eccedenze di IGT e vino comune, intervenendo sul Testo unico come richiesto dalla stessa UIV.
- Sfruttare il pacchetto vino sul lato della domanda: vini a bassa gradazione e dealcolati, che possono ora mantenere DOP e IGP, e promozione extra-UE orientata anche ai mercati in crescita.
A livello regionale, per la Campania
- Un osservatorio regionale su prezzi delle uve, giacenze e superfici, con dettaglio provinciale e per denominazione, aggiornato almeno mensilmente.
- Un piano di riconversione per il Sannio, che combini ristrutturazione dei vigneti verso varietà e tipologie con domanda in crescita, estirpazione volontaria dove la viticoltura non è più sostenibile e alternative colturali per le superfici liberate.
- Prudenza nel rilascio di nuove autorizzazioni e promozione della rinuncia alle autorizzazioni inutilizzate entro il termine del 31 dicembre 2026.
- Sostegno all’aggregazione cooperativa condizionato a piani industriali: fusioni, gestione comune delle scorte, contratti di filiera con pagamento delle uve legato a qualità e destinazione.
- Allineamento del CSR Campania 2023-2027 su riconversione, investimenti in cantina orientati all’imbottigliato, enoturismo e formazione manageriale, evitando aiuti che mantengano capacità produttiva senza mercato.
Le risorse per l’estirpazione sono limitate e la misura è irreversibile, ed è proprio per questo va decisa con dati territoriali e criteri pubblici, non in emergenza a vendemmia ormai avviata.
Le strategie d’impresa
Le politiche pubbliche possono accompagnare l’aggiustamento, ma il riposizionamento lo fanno le imprese. Il modello di Anderson indica la direzione: uscire, per quanto possibile, dal segmento in cui si compete solo sul prezzo.
- Dallo sfuso all’imbottigliato a denominazione. Ogni ettolitro che passa dal conferimento anonimo alla bottiglia DOP sposta valore sul territorio. Per il Sannio significa aumentare la quota rivendicata e venduta come Falanghina del Sannio, Aglianico del Taburno e le altre denominazioni, non semplicemente produrre di più.
- Assecondare lo spostamento dei consumi: bianchi, rosati, spumanti, vini a gradazione più bassa e, dove ha senso, versioni dealcolate. La Falanghina è un vantaggio da sfruttare anche nella spumantizzazione.
- Cooperative con piani industriali. Gestione delle scorte, marchi comuni, investimenti in imbottigliamento e commerciale, retribuzione delle uve differenziata per qualità e destinazione, che renda conveniente al socio produrre meno e meglio.
- Diversificare i mercati. L’esposizione agli Stati Uniti ha mostrato i suoi limiti; i segnali di crescita in Paesi Bassi, Spagna, Brasile e Nord Europa indicano dove investire in promozione.
- Valore dal territorio. Enoturismo, ospitalità e narrazione culturale trasformano la denominazione in esperienza e sostengono il prezzo della bottiglia più di qualsiasi sconto.
- Scelte parcellari consapevoli. Riconvertire o dismettere le parcelle meno vocate è una decisione d’impresa prima ancora che una misura pubblica: conviene prenderla quando può essere accompagnata da un contributo, non quando è imposta dal mercato.
La crisi del vino ha la forma di un cambiamento strutturale della domanda, a cui l’offerta europea risponde da cinquant’anni con lentezza e sussidi. Anderson ricorda che l’ultima riduzione di un sesto della superficie vitata mondiale ha richiesto un terzo di secolo: chi aspetta che il mercato si riequilibri da solo rischia di pagare per un decennio. L’Italia dispone oggi, con il pacchetto vino, di strumenti che non aveva; le manca una strategia per usarli. La Campania, e il Sannio in particolare, hanno l’interesse più diretto a costruirla per primi, perché sono tra i territori in cui il vino pesa di più sull’economia locale e in cui la quota di produzione esposta al segmento non premium è più alta.
Fonti
- Anderson, K. (2026). Why the current global wine industry crisis? Journal of Wine Economics, 1-25.
- Camera di Commercio Irpinia Sannio, comunicato stampa sul settore vitivinicolo, 8 aprile 2026.
- Gambero Rosso, Vendemmia 2025, dato definitivo 44 milioni di ettolitri, 13 febbraio 2026.
- QuiFinanza, Giacenze di vino al 31 dicembre 2025 (ICQRF, Cantina Italia).
- Il Sole 24 Ore, 2026 Grape Harvest: excess stock weighing on the Italian wine market, agosto 2026.
- Open, Vendemmia 2026, scorte record e prezzi in calo, 26 agosto 2026.
- Regione Lazio, Regolamento (UE) 2026/471: nuove disposizioni sulle autorizzazioni.
- Regione Siciliana, Attuazione del regolamento (UE) 2026/471, rinuncia autorizzazioni.
- ItaliaOggi, Crisi del vino, Bruxelles sblocca tre sostegni.
- Vinetur, L’industria vinicola italiana si divide sull’eccesso di offerta, 9 giugno 2026; Puglia, misure d’emergenza, 8 settembre 2026; previsioni vendemmia 2026, 7 agosto 2026.
- Gambero Rosso, intervista a Luca Rigotti, 25 giugno 2026.
