Il suolo che sparisce in Italia: 3 metri quadrati al secondo
C’è un territorio che continua a sparire sotto i nostri piedi, in silenzio, un metro quadrato dopo l’altro. Nel 2025 l’Italia ha trasformato in superfici artificiali 10.243 ettari — 102,4 chilometri quadrati di campi, boschi e prati diventati cemento, asfalto, capannoni e cantieri. Il dato, certificato dal rapporto Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio 2026 presentato il 27 ottobre da ISPRA e SNPA, segna un aumento del 22,4% rispetto al 2024 e riporta il fenomeno su livelli che non si vedevano da anni. Vuol dire 3,2 metri quadrati al secondo, oltre 280.000 metri quadrati al giorno: il tempo di un respiro, e un altro pezzo di paesaggio è andato.
Non si tratta di un episodio isolato. Nel 2023 erano stati consumati 72,5 chilometri quadrati, nel 2024 già 83,7, con un balzo del 15,6% in un solo anno. La traiettoria è in accelerazione, e oggi le coperture artificiali occupano 21.644 km², il 7,19% del territorio nazionale, contro una media europea del 4,4%. Nemmeno i ripristini riescono a invertire la rotta: il saldo netto resta di 9.497 ettari persi in un anno.
Una mappa della perdita
Nessuna regione è davvero risparmiata. Le perdite maggiori del 2025 si concentrano in Sicilia (+1.619 ettari), Lazio (+1.436), Puglia (+1.198), Lombardia (+1.093) e Piemonte (+854), mentre Lombardia, Veneto e Campania restano le regioni con la quota più alta di territorio già artificializzato. Colpisce che quasi l’80% dei comuni urbani soggetti alla normativa europea abbia registrato un saldo negativo: in un anno sono scomparsi 4.231 ettari di verde urbano e 320 ettari di copertura arborea, con Roma, Bari, Venezia, Milano e Cagliari tra le città che hanno perso di più. Gli interventi di rinaturalizzazione hanno compensato appena il 7,3% del suolo consumato negli ecosistemi urbani.
I danni possibili: un conto che non si può più rimandare
Il suolo non è un bene infinito, e la sua perdita non è reversibile su scala umana. Senza un riequilibrio, le ripercussioni sull’ecosistema territoriale italiano sarebbero pesanti e cumulabili:
- Rischio idrogeologico in crescita. Il suolo impermeabilizzato non assorbe più la pioggia: l’acqua corre in superficie, alimenta alluvioni e colate di fango. E il paradosso è che il consumo avanza proprio dove non dovrebbe: nel 2025 sono stati consumati 1.106 ettari in zone a rischio alluvione e 707 ettari in aree a pericolosità di frana.
- Perdita di produzione agricola. Ogni ettaro cementato è cibo che non verrà più coltivato: è la voce principale del capitale naturale bruciato nell’ultimo anno, stimato in circa un miliardo e mezzo di euro solo per il 2025.
- Clima e carbonio. Il suolo è un grande serbatoio di carbonio: sigillarlo libera CO₂ e cancella la capacità di stoccaggio e sequestro, aggravando la crisi climatica invece di mitigarla.
- Isole di calore urbano. Con meno verde e meno alberi, le città si surriscaldano: ondate di calore più intense, consumi energetici in aumento, salute pubblica a rischio, soprattutto per anziani e bambini.
- Biodiversità in ritirata. Frammentare habitat naturali significa spezzare corridoi ecologici, impoverire flora e fauna, indebolire gli impollinatori da cui dipende anche l’agricoltura.
- Un conto economico da capogiro. La perdita di servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo tra il 2006 e il 2025 costa all’Italia tra 9,3 e 11,3 miliardi di euro ogni anno; il capitale naturale perso nello stesso periodo vale tra 21,9 e 27,8 miliardi.
L’equilibrio da ristabilire
L’Europa ha fissato la rotta: il Regolamento sul ripristino della natura (UE 2024/1991) impone di azzerare le perdite nette di spazi verdi urbani e copertura arborea entro il 2030, per poi garantirne l’incremento progressivo dal 2031. Mancano quattro anni, e i numeri dicono che stiamo andando nella direzione opposta. Le risorse non mancano: ISPRA stima oltre 2.100 km² di superfici già degradate o dismesse che potrebbero essere recuperate invece di consumare nuovo suolo.
Rigenerare l’esistente, fermare la dispersione insediativa, restituire natura alle città: non è un’utopia ambientalista, è la condizione per lasciare alle prossime generazioni un territorio capace di proteggerle. Il suolo impiega secoli a formarsi e un attimo a sparire. Il tempo per decidere da che parte stare sta finendo.
